…”Chi Vù Ji Vulannu”

30 January 2007

“A frittata e corchie e fave”

Filed under: Cucina — Paolo @ 19:06

Se c’è una cosa che proprio mi riporta alla nostra terra è proprio questa: "a frittata e corchie e fave". Un connubio di sapori e odori di campagna misto a quella che poi è diventata tradizione ma che all’inizio era solo la necessità, in tempi dove ciò era usanza, di non sprecare il recuperabile.

Andiamo ora a vedere la preparazione:

prendete le bucce delle fave (ovviamente usate quelle meno coriacee), levatene il filino che normalmente è presente sul loro dorso, e ponetele in una casseruola con abbondante acqua leggermente salata e lessatele fino a completa cottura, mediamente occorrono una ventina di minuti, devono in pratica risultare facilmente morbide alla forchetta. Fate intanto appena appena rosolare un pò di Vusciju con due metà di uno spicchio d’aglio, l’altra metà della cottura avverrà successivamente.  Dopodichè  scolate per bene le bucce, fatele raffreddare e impastatele con della farina, aggiungendo anche il Vusciju. Fate scaldare in una padella dell’olio di oliva, di quello buono, e poi aggiungete l’impasto ottenuto. Qui arriva la parte più importante: la cottura. E’ bene sapere che deve cuocere a fuoco basso e deve necessariamente essere rigirata molto spesso nella padella, per evitare che rimanga cruda la farina all’interno. Quando secondo voi è ben cotta sia dentro che fuori alzate un pò la fiamma per creare da ambedue i lati una sorta di crosticina (a "corchiulilla"). Ponetela su un largo piatto e cospargetela su tutti e due i lati di pecorino o parmigiano, come preferite, quando ancora è ben calda. 

Servitela, abbuffatevi e buon appetito!!!

Aggiungiamo qualche curiosità sulla storia delle fave che vale la pena di essere raccontata:
Cibo di rito per il giorno dei Defunti, esattamente come nelle antiche celebrazioni mortuarie romane, dove questo legume occupava il primo posto e spesso l’unico. Anche gli antichi greci, prima dei romani, fecero uso delle fave per i morti. Si usava lessarne in grande quantità nel mese di antesterione (novembre) in offerta a Bacco e Mercurio per le anime dei defunti.
Il perché dell’uso delle fave sembra essere spiegato dal colore del suo fiore, che è bianco, ma maculato di nero, ed il nero, simbolo del mistero, è molto raro tra i vegetali; inoltre pare che le macchie siano disposte a forma della tau greca, la prima lettera della parola tànatos, la morte.  I sacerdoti di Giove non potevano mangiarle, né tantomeno guardarle. Nelle cerimonie funebri venivano sparse sul feretro, e gli schiavi se le buttavano dietro, durante il corteo, lamentando la perdita del padrone. Pitagora proibì ai suoi discepoli di mangiarne (la leggenda vuole che egli, inseguito dai suoi nemici, si fece catturare anziché mettersi in salvo attraverso un campo di fave); ma sembra che il motivo sia stato solo di carattere igienico-sanitario.

Unione Europea e nuove norme di sicurezza…

Filed under: Lo sapevate? Sapevatelo! — LaScimmia @ 17:24

…no comment :-)

27 January 2007

Si scrive come si mangia..???????

Filed under: Cucina — Paolo @ 13:04

Paolo Vuscjo

Ricordo che, da piccolo, quando di sovente salivamo con papà e mamma alla Serra, qasi tutte le sere, con la famosa cinquecento caffelatte, a trovare u Nonnò e la Nonna da Serra; u Nonnò a volte mi conservava un pezzo di Vusshju e diceva: "Cà a Pauliniello gli piace". Io lo accompagnavo ovviamente con il pane "Tuostu dà cascia" che si trovava in cantina.

Vengo ..con questa mia..a dirvi (addirvi..tutta una parola) che dobbiamo aprire un dibattito su come scrivere la parola Vussshhio,…. vuschio, ….. vussshju…. bhà..

L’etimologia della parola vushju.. potrebbe essere ricondotta all’inventore del famoso guanciale Belmontese,  un contadino abitante la frazione Vadi, che durante un suo pasto, proprio a base di guanciale, gli veniva chiesto: "Chì stà mangiannu??"  a questa domanda lui rispose con la bocca piena, ma non avendo ancora dato un nome a questo suo prodotto, e non sapendo cosa dire provò a pronunciare la parola "Bhù" che impastata con il cibo che aveva in bocca si trasformò in "Bhushhhh"; con il passare degli anni e tramandandola di generazioni in generazioni si è lentamente trasformata in"Vhussju"". 

Scherzi a parte…. qualche note storica e di tecnica di produzione non guasta… giusto ???? Eccovi allora serviti:

Il Guanciale Grecanico in dialetto ”buccularu” (ecco da dove viene poi vusshu, in forma aspirata) ha la forma trapezoidale, un profumo dolce e un sapore gradevole. Per la produzione del Guanciale viene utilizzata la parte inferiore della gola del maiale alla quale non viene tolta la cotenna esterna, ma viene soltanto tagliata e divisa dal grugno e dalle orecchie, quindi salato e lasciato riposare per 70 ore circa durante le quali la carne viene massaggiata manualmente; successivamente viene lavato con vino e aromatizzato con del pepe nero a grani, peperoncino rosso (in greco calabrese Piparielli). Infine si procede ad una lenta stagionatura in locali con temperatura e umidità adeguati.
Al taglio l’aspetto è roseo, con striature alternate da grasso e magro.
Le carni utilizzate sono di suini, nati in Calabria da incroci ottenuti con il “NERO DI CALABRIA” e il “LARGE WHITE. I suini alimentati con miscela di cereali, foraggi, tuberi, fave e ghiande. Alla macellazione i suini presentano un peso medio di 140/170 Kg e un’ età non inferiore ai 10 mesi, generalmente tra i 12 e 15.

I salumi di Calabria hanno origini che quasi certamente risalgono al periodo della colonizzazione greca delle coste joniche ed ai fasti culturali ed artistici della Magna Grecia.
Il primo scritto storico con la descrizione della lavorazione delle carni suine è della fine del XVII secolo, nell’opera “Della Calabria Illustrata”.
La produzione di questi salumi ha conservato nel tempo le caratteristiche della tradizione gastronomica calabrese che affonda le sue radici nella civiltà contadina di questa terra fiera ed orgogliosa. La tecnica di produzione è rimasta quasi invariata rispetto a quella descritta nelle statistiche pubblicate a seguito dei censimenti dell’epoca di Gioacchino Murat dei primi anni del XIX secolo, in tali documenti si evidenzia l’utilizzo di spezie e aromi, derivati da piante locali.

Illustre estimatore di queste prelibatezze fu Giacomo Casanova che ospite del vescovo Francescantonio Cavalcanti (nel 1700), riferì di aver mangiato i miglior salumi della sua vita e che essi provenivano dalla Calabria.

Abbinamenti:
Per i salumi stagionati sono consigliati sia vini bianchi, che che vini rossi e rosati, ottimo ad esempio il “Bianco di Cirò” o un “rosso di Pellaro”, la scelta è ampia.

Ingredienti:
Carne di suino, sale, pepe nero, peperoncino.

Mi aspetto suggerimenti e consigli da tutti gli estimatori del prodotto………

26 January 2007

Profonde Discussioni Culturali

Filed under: Lo sapevate? Sapevatelo! — LaScimmia @ 16:32

Era Settembre, massimo Ottobre del 2004, eravamo a casa di Maurizio ma all’epoca ci abitavamo io e Rosa, in attesa della ristrutturazione di casa nostra; c’era Carlo il fratello di Maury a casa nostra (el Leader Maximo della Cuba Gang) che ci illuminava sui personaggi occulti del regno ‘mantiuticu. Insomma la conversione era da registrare e non è possibile che io riesca a descriverla quindi ascoltatevela e basta…

…non chiedetemi traduzioni non ho i caratteri arabi installati sul pc

Benvenuti su Nonciclopedia…

Filed under: Lo sapevate? Sapevatelo! — LaScimmia @ 13:10
l’enciclopedia priva di qualsivoglia contenuto che ognuno può editare. 1.564 articoli in Itagliano

La Nonciclopedia si propone, come dovreste aver già capito, di ridicolizzare la sorella sgorbia Wikipedia. Il progetto nasce dalla Uncyclopedia in inglese, e siccome noi tutti siamo dei gran copioni, abbiamo attrezzato il sito per contenere articoli di alto intrattenimento e grande divulgazione scientifica (magari qualche parolaccia qui e là c’è).

Articolo della Settimana
La Carta Igienica

 Un rivoluzionario tipo di carta igienica. Una buona scorta di carta igienica. Operazione di riciclaggio. Uno spettacolo agghiacciante.

Next Page »

Powered by WordPress