“A frittata e corchie e fave”
Se c’è una cosa che proprio mi riporta alla nostra terra è proprio questa: "a frittata e corchie e fave". Un connubio di sapori e odori di campagna misto a quella che poi è diventata tradizione ma che all’inizio era solo la necessità, in tempi dove ciò era usanza, di non sprecare il recuperabile.
Andiamo ora a vedere la preparazione:
prendete le bucce delle fave (ovviamente usate quelle meno coriacee), levatene il filino che normalmente è presente sul loro dorso, e ponetele in una casseruola con abbondante acqua leggermente salata e lessatele fino a completa cottura, mediamente occorrono una ventina di minuti, devono in pratica risultare facilmente morbide alla forchetta. Fate intanto appena appena rosolare un pò di Vusciju con due metà di uno spicchio d’aglio, l’altra metà della cottura avverrà successivamente. Dopodichè scolate per bene le bucce, fatele raffreddare e impastatele con della farina, aggiungendo anche il Vusciju. Fate scaldare in una padella dell’olio di oliva, di quello buono, e poi aggiungete l’impasto ottenuto. Qui arriva la parte più importante: la cottura. E’ bene sapere che deve cuocere a fuoco basso e deve necessariamente essere rigirata molto spesso nella padella, per evitare che rimanga cruda la farina all’interno. Quando secondo voi è ben cotta sia dentro che fuori alzate un pò la fiamma per creare da ambedue i lati una sorta di crosticina (a "corchiulilla"). Ponetela su un largo piatto e cospargetela su tutti e due i lati di pecorino o parmigiano, come preferite, quando ancora è ben calda.
Servitela, abbuffatevi e buon appetito!!!
Aggiungiamo qualche curiosità sulla storia delle fave che vale la pena di essere raccontata:
Cibo di rito per il giorno dei Defunti, esattamente come nelle antiche celebrazioni mortuarie romane, dove questo legume occupava il primo posto e spesso l’unico. Anche gli antichi greci, prima dei romani, fecero uso delle fave per i morti. Si usava lessarne in grande quantità nel mese di antesterione (novembre) in offerta a Bacco e Mercurio per le anime dei defunti.
Il perché dell’uso delle fave sembra essere spiegato dal colore del suo fiore, che è bianco, ma maculato di nero, ed il nero, simbolo del mistero, è molto raro tra i vegetali; inoltre pare che le macchie siano disposte a forma della tau greca, la prima lettera della parola tànatos, la morte. I sacerdoti di Giove non potevano mangiarle, né tantomeno guardarle. Nelle cerimonie funebri venivano sparse sul feretro, e gli schiavi se le buttavano dietro, durante il corteo, lamentando la perdita del padrone. Pitagora proibì ai suoi discepoli di mangiarne (la leggenda vuole che egli, inseguito dai suoi nemici, si fece catturare anziché mettersi in salvo attraverso un campo di fave); ma sembra che il motivo sia stato solo di carattere igienico-sanitario.
