…”Chi Vù Ji Vulannu”

22 May 2007

…da leccare o da succhiare????

Filed under: Cucina, Lo sapevate? Sapevatelo! — LaScimmia @ 15:56

Cioccolatini con una strana forma, …strana? Vabbè comunque insolita và. Non sò se metterli in categoria "Cucina" o "Feticismo Culinario" (categoria non presente ovviamente, ..per adesso).

Esistono sia di colore bianco (al latte) che neri (al cacao fondente). Per gli ordini dovete aspettare, adesso fa caldo e si sciolgono, arriverebbero non con la loro forma "originale", quest’inverno ne potete ordinare qualche chilata e con gli amici che vogliono aggiungersi all’orgia culinaria vi potete sfrenare….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per approfondimenti http://edibleanus.com/

 

20 February 2007

Dieta occidentale…

Filed under: Cucina — LaScimmia @ 13:08

9 February 2007

…ammazzamu ‘u Puarcu

Filed under: Cucina — LaScimmia @ 12:20

Riporto un articolo segnalato da Rosa, la cui passione è ricercare "’u Puarcu" nel web ("porco digitale"), ripreso da questo sito: http://www.poro.it/ e che descrive tutto l’antico rito della lavorazione del maiale in Calabria, del pranzo e dei preparativi, per chi non ha mai assistito a questa tipica tradizione qui c’è un ottimo spaccato di ciò che avviene nelle nostre campagne:

Il Porco the porchibus…

Vita e Morte

Anche se l’uccisione del maiale ha subito un notevole calo rispetto al passato, sono ancora tante le famiglie che amano fare le provviste grazie alla sua carne pregiata. Ricordiamo che un tempo ci si cibava prevalentemente con erbe selvatiche e l’approccio con la carne avveniva solo in qualche festa comandata, per cui il rito dell’uccisione del maiale si caricava di enormi significati.

Questo animale, accudito e governato per lunghi mesi, era capace di far fronte all’intera economia alimentare della famiglia per un anno intero.

La vita di allevamento del maiale inizia normalmente in una fiera del Poro o diversamente nella Piazza del paese. Normalmente allo svezzamento dalla madre " ‘A Troia del Poro " i porcellini venivano venduti ai contadini durante le fiere d’inizio autunno fino a fine anno. Diversamente avveniva per i porcellini importati da altre regioni (generalmente dalla Toscana o di razza toscana) che venivamo portati con i camion in gabbie di legno e messi in bellavista sulla piazza principale del paese, qui si dava il bando con gli strilloni e tutti gli interessati si portavano in piazza ad osservare e scegliersi il maialino che più li convinceva (caratteristico era il brusio di tanti piccoli animaletti).

Non c’era asta ma una trattativa a due con il commerciante che si concludeva quasi sempre con l’acquisto, dopo di ciò il contadino soddisfatto legava il porcellino e osservato dai paesani lo portava al suo podere, qui era già pronta la sua casa " ‘U Porcaru " ad ospitarlo.

‘U Porcaru normalmente è situato vicino alla casa colonica in posto arieggiato, si compone di una stanza senza porta che accede a uno spazio esterno recintato da uno steccato formato da robusti assi di legno di castagno o acacia; in questo recinto è situato " ‘U Scifu " un vaso ricavato da una pietra calcarea (pietra morta del Poro) cavata, dove gli viene depositata l’alimentazione " ‘a lavatura ".

Qui si attendeva un altro evento la sterilizzazione, per i maschi generalmente era eseguita da un contadino del posto esperto della cosa, poiché l’azione non presenta complessità; mentre per le femmine si aspettava ‘U smatraturi, che è un esperto e professionista dell’operazione, di solito arriva da un altro paese e batte il bando strillando per le strade del suo arrivo. Finite questa operazione, al maiale viene applicato e attorcigliato al labbro superiore un pezzo di ferro zincato per evitare che scavi le buche.

Il maialino, così pronto per l’ingrasso (la crescita), vive in tale condizione anche per un anno, mangia e ingrassa fino alla macellazione che avviene a fine anno ai primi freddi o per le Feste di Natale. Il maiale viene accudito con grande cura, ad esso sono destinati giornalmente tutti gli avanzi di cucina (lavatura: acqua dei piatti), con aggiunta di acqua e crusca di grano " ‘ A Canijja " per tutta la sua vita, poi durante i vari mesi dell’anno l’alimentazione varia a secondo della stagione, in inverno l’alimentazione di base viene arricchita con cereali generalmente granturco, a primavera con erbe ricche di glucosio e in estate con i frutti della terra di ogni tipo, fichi e zucche fino a fine estate.

Si tratta di un’alimentazione di crescita e ingrasso, però l’alimentazione più importante è quella che gli viene fornita nei mesi da ottobre a dicembre, in imminenza della macellazione, che avviene prevalentemente con ghiande delle querce del Poro, fave secche, castagne ecc. accompagnata sempre da lavatura. Il tutto viene dosato per far durare le scorte fino alla macellazione.

Questa alimentazione permette la produzione di carni compatte e gustose di ottima qualità che consentono la produzione di eccellenti salumi, riserva di proteine della famiglia per tutto un anno.

La Macellazione

I preparativi

Agli ingredienti basilari necessari alla lavorazione delle sue carni si pensa anche mesi prima:

  • in estate sono preparate le Reste di peperoni rossi del Poro e appesi ai muri esterni delle case di campagna ad essiccare all’ombra, poi in autunno trasferiti all’interno e conservate appesi a canne ancorate al soffitto;

  • in autunno si raccoglie la legna derivante dalla potatura degli ulivi e si taglia a tronchetti per meglio essere essiccata e pronta per la lavorazione del mailae;

  • alcuni giorni prima della macellazione si pesta il sale che è rigorosamente di miniera (sali in petra), tutto avviene nel mortaio di legno dove le pietre di sale sono schiacciate e triturate tramite un sasso di granito a forma di uovo (’u pistuni = il pistone) recuperato al mare.

  • si prepara la passata di peperoni rossi, si lava il vasellame, tutte le tavole e le superfici d’appoggio per le carni del Porco, si affilavano i coltelli e fra i quali c’è il coltello scannaturi a doppia lama, compresi i coltelli della macchina per la macina delle carni.

Primo giorno

La mattina della macellazione si coinvolgono parenti e vicini o amici per una duplice finalità: in primis perché all’atto dell’uccisione servono braccia poderose che abbiano il sopravvento sulla resistenza dell’animale, e poi perché assieme a loro bisogna fare una giusta festa.

Subito dopo pranzo il maiale viene prelevato dal porcaio (’u porcaru), che come se intuisse l’infausto destino lancia delle grida lancinanti che si diffondono per tutte le campagne intorno. Gli vengono legate due cordicelle a un piede posteriore e a un piede anteriore, poi viene fatto avvicinare al posto dell’evento dove lo aspetta un letto formato da una balla di paglia, qui delle braccia poderose lo coricano sulla balla e gli legano i piedi con le cordicelle, da questo momento viene tenuto immobilizzato, gli vengono anche serrate le mandibole con la sua stessa corda e con un gesto considerato sacro, il macellaio gli fa un segno della croce sulla gola e dopo aver recitato "Morti a Tia e saluti a Mia", procede con l’affondamento del coltello nella gola che recidendo la giugulare procura la fuoriuscita del sangue, che è prontamente raccolto dalle donne nella ‘a limba (recipiente di terracotta). Questo sangue va rimescolato energicamente con un mestolo di legno e a volte con le mani per evitarne la coagulazione, servirà poi alla preparazione del Sanguinaccio a base di frutta candita e scorze di limoni, arance ecc.

In questo momento di solennità tutti sono concentrati e attivi: gli uomini trattengono il maiale mentre muore dissanguato, le donne danno massimo fuoco (attizzano) le caldaie dell’acqua che deve andare in ebollizione per la spellatura, i piccoli fingono di aiutare i grandi trattenendolo dalla coda (azione incoraggiata dagli adulti per risparmiare a loro i momenti più cruenti dell’uccisione).

A morte avvenuta si sciolgono tutti i legacci e subentra un silenzio che prelude ad una nuova fase la spellatura con coltello ed acqua calda, questa è svolta con molta sinergia e rapidità, poiché avvenendo con acqua a circa 100° bisogna evitare che la pelle si raffreddi dopo l’abbondante bagnatura. Alla fine di questa fase il maiale ben spellato e pulito viene appeso legandolo per i piedi posteriori a una trave del soffitto, dove in posizione verticale gli vengono versati secchi di acqua calda per una pulizia totale.

A questo punto inizia la fase di spaccatura e pulizia interna della bestia: il macellaio osservato da tutti si posiziona d’avanti alla bestia e come un rito sacerdotale, nel silenzio dei presenti affonda il coltello incidendo la cute e formando un solco dritto dall’alto verso il basso sulla schiena per la separazione in due mezzane. Poi si porta d’avanti e continua la separazione, apre due asole nella pelle del ventre che serviranno per infilare le dita generalmente di due ragazzi per divaricare le due meta e creare spazio al macellaio nella fase di spaccatura. In tale fase vengono tolte le budella dell’intestino tenue e crasso, e le altre interiora del maiale, tutto verrà utilizzato ad uno scopo utile.

La caratteristica del maiale è che tutte le parti del suo corpo, anche quelle cosiddette di scarto, si utilizzano per un qualche cosa. Ad esempio, la lunga setola è utile al calzolaio per infilare lo spago nella lesina e riparare le scarpe. L’organo genitale maschile si sala e si appende ad un chiodo del muro, servirà a lucidare e lubrificare gli scarponi pesanti dei contadini in modo da renderli più flessibili. La vescica sarà riempita di strutto del lardo e appesa. La trippa, il cuore, i polmoni e la lingua finirà in tegame per uno stufato di sapore straordinario a base di peperoncino. Il fegato e il velo del diaframma finiranno in padella per dare una carica di ferro a chi lo mangia. Pare che del maiale non si utilizzano solo le unghie… forse ?

Segue ora un lavoro accurato da parte delle donne che devono lavare per bene gli intestini con acqua calda e limone questo vale per le budella grosse destinate alla soppressata; mentre per quelle piccole destinate alla salsiccia e alla ‘nduja, viene fatta la sprojjatura, necessariamente eseguita da mano esperta e delicata e consiste nel togliere la parte grassa delle budella. Tutto questo viene svolto nel pomeriggio del primo giorno, poi una metà viene sciolta dalla trave e viene pesata per stabilirne il successo o meno dell’allevamento, se il risultato è positivo si applaude e si brinda con vino e poi il maiale si posiziona dentro la casa per il riposo notturno.

Secondo giorno

La notte viene vegliato per evitarne il furto e la mattina all’alba si mette in moto l’organizzazione prevista per la lavorazione delle carni e la produzione dei salami. Il tutto si svolge con delle sinergie collaudate da anni.

Ormai le carni sono fredde ed adatte ad essere sezionati con i coltelli, il macellaio principale seziona le varie parti staccandoli dal manto di grasso, per primo stacca la coscia preoccupandosi di non danneggiare il lardo, poi stacca la schiena dorsale con il filetto, le costole, la spalla ed infine la testa. Le donne già operose al focolare per produrre acqua calda ecc. ricevono in primis dal macellaio i vari pezzi di carne per la preparazione del sugo del grande pranzo della giornata.

 

 

Il Pranzo

E’ inutile dire che in questo giorno il pranzo viene preparato quasi esclusivamente con carne di maiale, per la pasta si preferiscono le penne, ma sulle tavole dei buongustai non mancano di certo i contorni adeguati e buon vino, poi abbonda la frutta di stagione finocchi che aiutano a digerire e frutta secca, noccioline, mandorle e noci ecc.

Il sapore del sugo della pasta è unico e irripetibile per un intero anno, poiché è il risultato di una sommatoria di sapori derivanti dai vari pezzi della selezione delle carni. Per questo il pranzo del porco rappresenta una ricorrenza da festeggiare.

La lavorazione della carne inizia con la selezione della stessa in tre parti è tenuta in tre vasi (limbe):

  • la prima serve a produrre la soppressata, e si tratta della carne di prima scelta la coscia e il lardo compatto.

  • la seconda serve a produrre la salciccia, e si tratta della carne della spalla ed altre parti magre.

  • la terza serve a produrre la ‘nduja, e si tratta della carne della testa e di tutte le carni molto grasse e nervose cosiddette di terza scelta; queste all’atto della triturazione verranno mischiati ad abbondante peperoncino e ne deriverà la famosa ‘nduja.

Susseguente avviene la macinazione / triturazione delle carni, poi l’impasto con sale e pepe rosso, e dopo un riposo delle carni per prendersi di sale di almeno due ore (nella pausa del  pranzo), si procede alla preparazione di salsicce e soppressate.

Queste prelibatezze vengono legate ben strette con lo spago poi e poi bucate con un ago a cura dei bambini per perdere i liquidi. la ‘nduja viene insaccata parte in budella piccole, grandi e budello cieco del maiale. Tutto il prodotto (soppressate, salcicce e ‘ndujie) vengono tenute in recipienti di legno (Ruvaci) per due giorni per schiacciarsi e drenare i liquidi, dopo di ciò saranno appese, possibilmente in cucina, in modo da potersi asciugare al fuoco del camino.

Dopo ventiquattro ore le soppressate vengono rimosse e messe sotto peso (da qui deriva il suo nome) poi di nuovo al suo posto e poi ancora sotto peso. La soppressata, insieme alla salsiccia, è uno dei simboli della gastronomia calabrese e si usa prepararla sia con pepe rosso che con pepe nero anche senza. Nelle salcicce qualcuno preferisce i semi di finocchietto selvatico del Poro.

Ritornando al lavoro, infine viene tagliata a strisce la cute con il lardo, poi viene separato il lardo dalla cute e tagliato a cubetti (lavoro femminile e di ragazzi); il tutto pronto per la lavorazione del terzo giorno.

Terzo giorno

Questo terzo giorno è dedicato alla Sugna, ai Ziringuli e ai Mussi e/o Carne delle ossa; tutto il lardo tagliato a cubetti è bollito nella Coddara che è alimentata da legna grossa in modo da non produrre fiamme alte per sporcarlo, l’ebollizione viene mantenuta per ore fino alla dissoluzione dei cubetti da dove dalla parte grassa (la maggiore) ne deriva lo strutto e dalla parte magra si producono i Ziriguli che rimangono come scarto della lavorazione.

Lo strutto (’a saime) ancora liquido è immesso con l’imbuto nella vescica del maiale e annegata in acqua fredda per solidificarsi, poi appesa assieme ai salami, il rimanente si conserva nei vasi di terracotta smaltati bianchi (salaturi); a volte dentro lo strutto sono annegate della salsicce che rimarranno conservate fresche fino alla scopertura, generalmente per l’estate o per la mietitura.

I Ziringuli sono pezzetti di carne semi magra contenuta all’interno del lardo, questi rimanendo solidi decantano nel ormai strutto e alla fine del recupero dello stesso rimangono al fondo della caldaia solidificando con dello strutto non recuperabile, i ziringuli sono il primo alimento conservato del maiale che viene utilizzato per l’alimentazione, già dal primo giorno si usano come guarnizione e condimento in padella per la cottura delle uova, chiaramente stiamo parlando di cibi grassi ma di una genuinità e di un gusto indescrivibile. Si possono conservare nel vasetto di terracotta ed utilizzarli in tal senso per lunghi periodi senza catena del freddo.

A fianco alla Coddara da Saime si mette a bollire ‘u Coddareju che è più piccolo, contiene tutte le cotiche, le ossa, comprese quelle della testa, le orecchie, i piedi, il muso e la coda; a giusta cottura vengono staccati tutte le carni dalle ossa e conservate in recipienti di terracotta, si consumeranno a breve. dai piedi vengono staccate le unghie uniche non utilizzabili.

Questo per quanto si ricorda era la tipica lavorazione del maiale sul Poro quando esistevano i contadini, e si diceva “’U porcu lìnchia la casa” (Il maiale riempie la casa).

30 January 2007

“A frittata e corchie e fave”

Filed under: Cucina — Paolo @ 19:06

Se c’è una cosa che proprio mi riporta alla nostra terra è proprio questa: "a frittata e corchie e fave". Un connubio di sapori e odori di campagna misto a quella che poi è diventata tradizione ma che all’inizio era solo la necessità, in tempi dove ciò era usanza, di non sprecare il recuperabile.

Andiamo ora a vedere la preparazione:

prendete le bucce delle fave (ovviamente usate quelle meno coriacee), levatene il filino che normalmente è presente sul loro dorso, e ponetele in una casseruola con abbondante acqua leggermente salata e lessatele fino a completa cottura, mediamente occorrono una ventina di minuti, devono in pratica risultare facilmente morbide alla forchetta. Fate intanto appena appena rosolare un pò di Vusciju con due metà di uno spicchio d’aglio, l’altra metà della cottura avverrà successivamente.  Dopodichè  scolate per bene le bucce, fatele raffreddare e impastatele con della farina, aggiungendo anche il Vusciju. Fate scaldare in una padella dell’olio di oliva, di quello buono, e poi aggiungete l’impasto ottenuto. Qui arriva la parte più importante: la cottura. E’ bene sapere che deve cuocere a fuoco basso e deve necessariamente essere rigirata molto spesso nella padella, per evitare che rimanga cruda la farina all’interno. Quando secondo voi è ben cotta sia dentro che fuori alzate un pò la fiamma per creare da ambedue i lati una sorta di crosticina (a "corchiulilla"). Ponetela su un largo piatto e cospargetela su tutti e due i lati di pecorino o parmigiano, come preferite, quando ancora è ben calda. 

Servitela, abbuffatevi e buon appetito!!!

Aggiungiamo qualche curiosità sulla storia delle fave che vale la pena di essere raccontata:
Cibo di rito per il giorno dei Defunti, esattamente come nelle antiche celebrazioni mortuarie romane, dove questo legume occupava il primo posto e spesso l’unico. Anche gli antichi greci, prima dei romani, fecero uso delle fave per i morti. Si usava lessarne in grande quantità nel mese di antesterione (novembre) in offerta a Bacco e Mercurio per le anime dei defunti.
Il perché dell’uso delle fave sembra essere spiegato dal colore del suo fiore, che è bianco, ma maculato di nero, ed il nero, simbolo del mistero, è molto raro tra i vegetali; inoltre pare che le macchie siano disposte a forma della tau greca, la prima lettera della parola tànatos, la morte.  I sacerdoti di Giove non potevano mangiarle, né tantomeno guardarle. Nelle cerimonie funebri venivano sparse sul feretro, e gli schiavi se le buttavano dietro, durante il corteo, lamentando la perdita del padrone. Pitagora proibì ai suoi discepoli di mangiarne (la leggenda vuole che egli, inseguito dai suoi nemici, si fece catturare anziché mettersi in salvo attraverso un campo di fave); ma sembra che il motivo sia stato solo di carattere igienico-sanitario.

27 January 2007

Si scrive come si mangia..???????

Filed under: Cucina — Paolo @ 13:04

Paolo Vuscjo

Ricordo che, da piccolo, quando di sovente salivamo con papà e mamma alla Serra, qasi tutte le sere, con la famosa cinquecento caffelatte, a trovare u Nonnò e la Nonna da Serra; u Nonnò a volte mi conservava un pezzo di Vusshju e diceva: "Cà a Pauliniello gli piace". Io lo accompagnavo ovviamente con il pane "Tuostu dà cascia" che si trovava in cantina.

Vengo ..con questa mia..a dirvi (addirvi..tutta una parola) che dobbiamo aprire un dibattito su come scrivere la parola Vussshhio,…. vuschio, ….. vussshju…. bhà..

L’etimologia della parola vushju.. potrebbe essere ricondotta all’inventore del famoso guanciale Belmontese,  un contadino abitante la frazione Vadi, che durante un suo pasto, proprio a base di guanciale, gli veniva chiesto: "Chì stà mangiannu??"  a questa domanda lui rispose con la bocca piena, ma non avendo ancora dato un nome a questo suo prodotto, e non sapendo cosa dire provò a pronunciare la parola "Bhù" che impastata con il cibo che aveva in bocca si trasformò in "Bhushhhh"; con il passare degli anni e tramandandola di generazioni in generazioni si è lentamente trasformata in"Vhussju"". 

Scherzi a parte…. qualche note storica e di tecnica di produzione non guasta… giusto ???? Eccovi allora serviti:

Il Guanciale Grecanico in dialetto ”buccularu” (ecco da dove viene poi vusshu, in forma aspirata) ha la forma trapezoidale, un profumo dolce e un sapore gradevole. Per la produzione del Guanciale viene utilizzata la parte inferiore della gola del maiale alla quale non viene tolta la cotenna esterna, ma viene soltanto tagliata e divisa dal grugno e dalle orecchie, quindi salato e lasciato riposare per 70 ore circa durante le quali la carne viene massaggiata manualmente; successivamente viene lavato con vino e aromatizzato con del pepe nero a grani, peperoncino rosso (in greco calabrese Piparielli). Infine si procede ad una lenta stagionatura in locali con temperatura e umidità adeguati.
Al taglio l’aspetto è roseo, con striature alternate da grasso e magro.
Le carni utilizzate sono di suini, nati in Calabria da incroci ottenuti con il “NERO DI CALABRIA” e il “LARGE WHITE. I suini alimentati con miscela di cereali, foraggi, tuberi, fave e ghiande. Alla macellazione i suini presentano un peso medio di 140/170 Kg e un’ età non inferiore ai 10 mesi, generalmente tra i 12 e 15.

I salumi di Calabria hanno origini che quasi certamente risalgono al periodo della colonizzazione greca delle coste joniche ed ai fasti culturali ed artistici della Magna Grecia.
Il primo scritto storico con la descrizione della lavorazione delle carni suine è della fine del XVII secolo, nell’opera “Della Calabria Illustrata”.
La produzione di questi salumi ha conservato nel tempo le caratteristiche della tradizione gastronomica calabrese che affonda le sue radici nella civiltà contadina di questa terra fiera ed orgogliosa. La tecnica di produzione è rimasta quasi invariata rispetto a quella descritta nelle statistiche pubblicate a seguito dei censimenti dell’epoca di Gioacchino Murat dei primi anni del XIX secolo, in tali documenti si evidenzia l’utilizzo di spezie e aromi, derivati da piante locali.

Illustre estimatore di queste prelibatezze fu Giacomo Casanova che ospite del vescovo Francescantonio Cavalcanti (nel 1700), riferì di aver mangiato i miglior salumi della sua vita e che essi provenivano dalla Calabria.

Abbinamenti:
Per i salumi stagionati sono consigliati sia vini bianchi, che che vini rossi e rosati, ottimo ad esempio il “Bianco di Cirò” o un “rosso di Pellaro”, la scelta è ampia.

Ingredienti:
Carne di suino, sale, pepe nero, peperoncino.

Mi aspetto suggerimenti e consigli da tutti gli estimatori del prodotto………

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