…”Chi Vù Ji Vulannu”

3 June 2007

I racconti di Zio Mario - La Cena -

Filed under: , i Racconti di Zio Mario — Gianfranco @ 10:49

La Cena

 

Era il periodo della guerra, 1942-43; assieme al fratello Antonio e allo zio Matteo abitavamo a Cosenza presso una famiglia composta dai genitori e tre figli quasi della nostra età.

A quell’epoca la vita era al limite della sussistenza; quel poco che si poteva avere, come il pane, era razionato dalle tessere annonarie.

Tutte le sere la signora preparava le colazioni per noi e per i figli: mezzo filoncino di pane con dentro della verdura. L’operazione assumeva per noi un momento solenne. Davanti alla porta della cucina io ed il fratello controllavamo attentamente il taglio del filoncino in due parti che dovevano risultare perfettamente eguali. Ci accorgemmo che la signora non tagliava esattamente al centro il filoncino per cui ne risultava una parte più lunga per favorire i figli. Io ed il fratello intervenivamo spesso richiamando la signora ad una maggiore correttezza.

Era inevitabile che una volta o l’altra si arrivasse alla rissa; questa infatti scoppiò quando il figlio più grande intervenne per allontanarci dalla porta della cucina.

Volarono spintoni e pugni alla rinfusa; il cestino del pane ed i broccoli volarono per aria; nella mischia la signora ricevette un pugno nello stomaco e la rissa finì quando vedemmo la signora stramazzare a terra dal dolore.

Alla fine io mi trovai imbrattato di broccoli, il fratello con la camicia strappata, il figlio della signora con un ematoma sul viso ed un occhio nero e la signora colta da malore.

In silenzio raccogliemmo i pezzi di pane ed i pochi broccoli rimasti; componemmo al meglio le colazioni che avidamente consumammo, ma mortificati per l’increscioso incidente capitato alla signora.

Da quella sera la signora preparava le porzioni non disturbata da nessuno e la metteva tutte in un cestino dal quale ognuno prelevava liberamente la propria.

E’ proprio vero che  quasi tutti i moti popolari e le rivoluzioni nella storia degli uomini sono stati determinati dal vuoto degli stomaci.

 

Zio Mario

I racconti di Zio Mario - ‘E Garrube -

Filed under: , i Racconti di Zio Mario — Gianfranco @ 10:45

‘E Garrube

Durante il periodo di guerra 1942-43 mi trovavo a Cosenza dove frequentavo le scuole medie. Abitavo assieme al fratello Antonio da una famiglia composta da genitori e tre figli della nostra età.

La vita era veramente difficile; non si trovava nulla e quel poco che si poteva avere era razionato dalle tessere annonarie. Bisognava aguzzare l’ingegno per trovare qualcosa che spegnesse momentaneamente i morsi della fame.

In giro per le vie di Cosenza, come un lupo affamato, osservavo attentamente tutto ciò che potesse servire per smorzare la fame. Un giorno mi fermai nel piazzale della stazione ferroviaria ad osservare i cavalli attaccati alle carrozzelle; portavano una grossa borsa attaccata al collo nella quale vi erano delle carrube per mangime. Li osservai attentamente e considerai che erano più fortunati di me perché almeno masticavano qualcosa.

Decisi di partecipare al luculliano pranzo!

Quando il cocchiere scendeva dalla cassetta e si allontanava, io mi avvicinavo al cavallo e, appena vedevo che aveva imboccato, infilavo rapidamente la mano nella borsa e tiravo fuori tre-quattro carrube.

Mi rendevo conto che correvo un serio rischio di lasciarci la mano e pertanto prendevo tutte le precauzioni del caso. La cosa funzionava bene che, spesso verso le ore undici, mi recavo alla stazione ferroviaria a fare colazione con i cavalli.

 

Zio Mario

26 May 2007

I racconti di Zio Mario - Il Ghiaccio -

Filed under: , i Racconti di Zio Mario — Gianfranco @ 14:56

Il Ghiaccio

 

Mi trovavo a Catanzaro per la preparazione degli esami di ammissione alla seconda media. La signorina dove abitavo mi incaricò di ritirare, ogni giorno, dall’Istituto di Igiene e Profilassi del quale la signorina era direttrice, un blocchetto di ghiaccio della lunghezza di circa trenta centimetri.

La signorina me lo avvolgeva in un panno di tela e mi raccomandava di portarlo subito a casa ad evitare che si sciogliesse.

Per diversi giorni il compito assegnatomi lo svolgevo con diligenza, ma passato un po’ di tempo la cosa incominciava a darmi fastidio e pensavo:”Non sono venuto a Catanzaro per fare il servitore alla Dottoressa!”

Un giorno mi venne l’idea di provare a far scivolare il blocchetto su una strada in discesa che facevo dal laboratorio a casa. Sciolsi il panno, tirai fuori il blocchetto e provai a farlo scivolare sul marciapiede della strada e prenderlo subito dopo una decina di metri; il blocchetto scivolò così velocemente che sfuggì alla mia presa e proseguì la corsa nella discesa come un proiettile. Arrivato quasi in fondo urtò violentemente contro un muretto che correva parallelamente alla strada e scoppiò come una bomba; si fece in mille pezzi. Io non potevo fare altro che raccogliere i pezzi più grossi e metterli nel panno che avevo.

Arrivato a casa consegnai la cosa alla madre della dottoressa dicendole che il ghiaccio stamattina era venuto in quel modo perché la macchina del ghiaccio non funzionava bene. La signora rimase alquanto perplessa perché i pezzi di ghiaccio erano sporchi di polvere e la figlia non gliel’avrebbe mandato in quello stato.

Quando rientrò la dottoressa la madre le raccontò il fatto. Mentre eravamo seduti a tavola per pranzare la dottoressa disse:”Mamma devo far venire un tecnico per riparare il frigorifero del laboratorio che è andato fuori servizio. Scusami se ti ho mandato il ghiaccio frantumato e sporco”.

Io rimasi interdetto e confuso; mi irrigidii perché avevo subito capito l’allusione. Mi guardò negli occhi un istante e mi tirò uno schiaffo che mi fece cadere il cucchiaio dalle mani e disse:”Non è per il ghiaccio ma per la bugia che hai raccontato a mia madre”.

 

Zio Mario

I racconti di Zio Mario - ‘A nervata -

Filed under: , i Racconti di Zio Mario — Gianfranco @ 14:50

‘A Nervata

 

Nel periodo bellico 1940-1944 io ed i fratelli Antonio, Salvatore e Fausto e lo zio Matteo eravamo a Cosenza per la frequenza della scuola pubblica.

Io frequentavo la seconda media ed essendo appassionato di calcio pregai il professore di educazione fisica di prestarmi il pallone della scuola; il professore, all’inizio un po’titubante, alla fine mi accontentò. Io con il pallone, assieme al fratello Fausto stavamo passando per un vicolo di Cosenza vecchia.

Arrivati ad un certo punto vedemmo un uomo seduto su una sedia davanti a casa sua; giunti alla sua altezza l’energumeno si alzò dalla sedia e sbarrandoci la strada ci chiese, con un piglio minaccioso, il pallone che io tenevo in mano; vedendomi perso, dissi a Fausto di continuare a camminare; giunto a circa quindici metri da me gli lanciai il pallone che prese al volo. L’energumeno, vistosi beffato, mi frustò violentemente sulla schiena con un grosso nervo che teneva in mano; caddi a terra e quello continuò a picchiarmi.

Fausto intravide la scena e, terrorizzato, con il pallone ben stretto al petto, fuggì verso casa dove abitavamo: trovò Antonio e Salvatore in casa e disse loro piangendo:”Scappate, scappate, hanno ammazzato a Mario!”. Antonio immediatamente disse:”Prendiamo i curtielli e jamu!”. Presi alcuni grossi coltelli in cucina, accompagnati da Fausto, corsero, attraverso il vicoli di Cosenza vecchia, verso il luogo del misfatto, dove non mi trovarono, perché io, dolorante e piangente, mi alzai e scappai via.

L’energumeno, rendendosi conto della gravità commessa, era rientrato in casa chiudendo la porta d’entrata. I fratelli davanti a quella porta gridavano:”Esci, figlio di pu…… se hai il coraggio, che ti scanniamo come un porco!” Ma il vigliacco si guardava bene dall’uscire in strada; lo avrebbero certamente scannato.

Io, mentre correvo e piangevo, vidi da lontano delle ragazze di un collegio a passeggio, e fra esse riconobbi una ragazza di Belmonte. Per non farmi vedere e provare vergogna, mi infilai attraverso un cancelletto in un piccolo giardino e là rimasi acquattato  per un po’ piangendo e soffrendo per il dolore delle nervate.

Uscito dal giardinetto mi avviai verso casa dove trovai i fratelli molto allarmati. Appena mi videro mi abbracciarono piangendo dalla commozione.

Il figlio della signora dove stavamo, medico della Società Sportiva “Cosenza Calcio”, saputa la storia, denunciò all’autorità giudiziaria l’energumeno per aver causato volontariamente lesioni ad un minore; nell’occasione certificò le lesioni provocatemi sulla schiena ed io più volte fui convocato dal magistrato, il quale, accertato il reato, fece condannare al carcere il delinquente.

Dopo circa vent’anni capitai a Cosenza e nei pressi della caserma militare mi fermai davanti ad una bancarella. Dietro alla bancarella, seduto su un banchetto, riconobbi in quella persona l’energumeno della storia testè raccontata e ne fui certo perché sulle braccia aveva due tatuaggi simili a quelli che avevo notato allorché mi percosse con ferocia. Il sangue mi salì copioso alla testa, la rabbia tese i nervi di ogni parte del corpo; volevo ribaltargli la bancarella e tutto quello che si trovava sopra, ma non lo feci per paura delle conseguenze. Me ne andai, ma fatti cento metri, non mi ero ancora decongestionato e tornai di nuovo davanti alla bancarella. L’energumeno, che mi aveva notato prima, vedendomi di nuovo sostare davanti alla bancarella, mi chiese se volevo qualcosa. Gli risposi con rabbia:”nulla, per Dio!”. Rimase perplesso perché evidentemente pensava di trovarsi di fronte ad un pazzo.

Me ne andai, ma rimase in me per molto tempo il pentimento di non aver agito così come il primo istinto mi aveva suggerito.

 

Zio Mario

20 April 2007

I racconti di Zio Mario - U Linzulu-

Filed under: , i Racconti di Zio Mario — Gianfranco @ 19:39

U Linzulu

 

Nel 1943 le truppe anglo-americane avevano occupato il sud-Italia. Io, il fratello Antonio e lo zio Matteo eravamo a Cosenza per la frequenza delle scuole pubbliche.

Appassionati di calcio avevamo notato che gli americani avevano portato in Italia dei palloni che si gonfiavano attraverso una piccola valvola mediante uno spillo. Una tecnologia avanzata rispetto ai nostri palloni che necessitavano di un’accurata preparazione: attraverso una fessura si introduceva la camera d’aria che veniva gonfiata. La fessura veniva successivamente chiusa con un laccio di cuoio come l’allacciatura delle scarpe; quando la sfera veniva colpita di testa in corrispondenza della fessura provocava un mezzo trauma; con i palloni americani il fastidioso inconveniente non si poteva verificare.

Eravamo alla ricerca di tali palloni ed avevamo accertato che una signora, che abitava non molto lontano dalla nostra casa, vendeva questi meravigliosi palloni. Interpellata, la signora ci chiese un prezzo per noi insostenibile, in quanto, mettendo insieme i nostri magri risparmi arrivavamo a circa un terzo di quanto richiestoci.

Al fratello Antonio venne la brillante idea di integrare la somma posseduta con la vendita di un nostro lenzuolo, facente parte della biancheria che la mamma era solita fornire alla famiglia che ci ospitava e che, pertanto, la teneva in gestione la signora dove abitavamo.

Il fratello Antonio e lo zio Matteo andavano a scuola la mattina ed io nel pomeriggio.

Una mattina, rimasto solo in casa con la figlia della signora, Minella, e non sapendo io dove sua madre  custodiva le lenzuola per i nostri letti, dissi alla ragazza che la mamma aveva nascosto cento lire in un lenzuolo per farci una lieta sorpresa. La ragazza mi rispose che le lenzuola le avevano lavate più volte e che non avevano trovato nulla; ma io insistetti dicendo che forse i soldi erano caduti nel tiretto. Andammo a vedere: mi accompagnò nella stanza da letto della madre e aprì un tiretto dell’armadio dove la signora custodiva i nostri lenzuoli; guardammo attentamente il fondo del tiretto e, come ovvio, non trovammo nulla. Appena la ragazza andò al bagno io chiusi dall’esterno la porta con la chiave e rapidamente andai a trafugare un lenzuolo che nascosi sotto il mio letto. Quando ritornarono dalla scuola il fratello Antonio e lo zio Matteo riferii che l’operazione-lenzuolo era andata a buon fine.

L’indomani io ed Antonio, approfittando che in casa non c’era nessuno, prendemmo il lenzuolo da sotto il letto e lo avvolgemmo in un foglio di carta.

Ci recammo al mercato che si teneva ogni sabato lungo il fiume Crati. Srotolammo il lenzuolo e per metterlo bene in vista lui lo teneva davanti sulle spalle ed io dietro lo reggevo per tenerlo ben steso. Andavamo sotto e sopra per via Crati in mezzo alle bancarelle e davamo il bando della vendita dicendo a voce alta:"Comprate, comprate, lenzuolo fino, lenzuolo fino di lino". Ma non riuscimmo a venderlo; evidentemente la gente non si fidava di due ragazzini che volevano vendere stranamente un lenzuolo.

Ci recammo allora dalla signora dei palloni e le offrimmo il baratto del lenzuolo con il pallone. La signora sulle prime rimase perplessa dalla strana offerta ma alla fine, dopo averla convinta dicendo che la mamma non avendo altro da regalarci in occasione della nostra partenza per Cosenza, ci aveva regalato un lenzuolo, accettò il baratto. Con grande gioia ci portammo il pallone e per il giorno dopo organizzammo una partitella sul piazzale dell’ex GIL.

Tutto andava per il meglio finchè una mattina vidi la signora che stava per cambiare le lenzuola ai nostri tre lettini. Seduto al mio tavolinetto, temevo con trepidazione la scoperta del furto; e così fu. Non avendo trovato un lenzuolo chiese allarmata alla figlia se per caso l’avesse conservato in qualche altro tiretto. Misero sottosopra la casa ed io partecipai all’affannosa ricerca; non avendolo trovato, dalla disperazione, la signora picchiò la figlia, alla quale attribuiva la colpa di esserselo fatto rubare perchè la ragazza aveva l’abitudine di stirare la biancheria vicino alla porta d’entrata che teneva aperta.

Io non sapevo cosa fare; provavo un fastidioso imbarazzo e dispiacere per il pianto e le grida della signora e della figlia ed ero quasi sul punto di rivelare il mistero, ma mi sembrava di tradire il fratello e lo zio e non ebbi il coraggio di farlo: cercavo solo di consolare la signora dicendo che non doveva poi prendersela tanto, dal momento che a Catanzaro, di lenzuoli, ne avevamo persi molti.

Nel trambusto in corso, la porta d’entrata in quel momento era aperta, scendeva per la scale una ragazza del piano superiore e chiese alla signora che cosa era successo. Alla spiegazione della signora, la ragazza, che abitava di fronte alla signora dei palloni, disse:"Ma io pochi giorni fa ho visto i vostri studenti entrare nella casa della signora<pallonara>". La signora, intuito il marchingegno, si fece subito accompagnare dalla signora  cui avevamo dato il lenzuolo. Io, che avevo visto la scena, preso dal panico, fuggìì di casa.

La signora pallonara confessò di avere scambiato un lenzuolo con un pallone e, per restituire il lenzuolo, pretendeva la restituzione del pallone, ormai semiconsumato. Alle minacce della signora che l’avrebbe denunciata, la signora pallonara restituì il lenzuolo.

Io di corsa, fuggito di casa, mi recai all’istituto frequentato da Antonio; seduto su una panchina del piazzaletto antistante aspettavo il fratello che uscisse; all’uscita della scolaresca avvisai il fratello di tutto ed in preda al panico usai l’espressione:"Io, Totò, mi vado a buttare suttu nu ponte". Ed il fratello:"Io tiegnu nu duluru e panza e minne fricu" e si avviò verso casa.

Intanto lo zio Matteo, non sapendo nulla, ritornò a casa; aveva l’abitudine, all’apertura della porta, di gridare ad alta voce:"Buongiorno signò!"; ma quella volta al saluto ricevette uno schiaffone in pieno viso; "E questo è uno! Adesso tocca agli altri" avrebbe detto la signora. Antonio, messo sull’avviso, prima di entrare in casa avvertì la signora che se gli avesse torto un capello l’avrebbe denunciata; la signora, impaurita, lo investì solamente di parole minacciose.

Io gironzolavo per le viuzze vicino casa, ma non avevo il coraggio di ritirarmi, non tanto perchè temevo qualche schiaffo, ma quanto per la vergogna che provavo. Avvicinandosi la sera avevo paura e fame e mi avvicinai alla casa, sedendomi su un muretto di fronte per essere visto da qualcuno che mi cercava. Il ragioniere, marito della signora, preoccupato per la mia scomparsa, mi intravide dalla finestra e scese subito giù a prendermi e portarmi in casa. Mi difese dall’aggressione della moglie e amorevolmente mi preparò un po’ di cena.

La cosa finì così e la signora e la figlia non mi parlarono per molto tempo. L’unico a pagare il pedaggio della brutta azione fu lo zio Matteo che era poi il meno coinvolto nella storia.

Questo incredibile racconto merita una considerazione: noi eravamo sì ragazzi indisciplinati e disordinati, ma avevamo forte il senso del limite, perché nel caso specifico potevamo rubare in casa qualsiasi oggetto anche di valore per risolvere il nostro problema; ma non solo non lo facevamo quanto non ci pensavamo neppure perchè si trattava di roba non nostra. Il lenzuolo non lo consideravamo rubato, in quanto di nostra proprietà ma semplicemente sottratto alla custodia della signora.

 

Zio Mario

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