U Linzulu
Nel 1943 le truppe anglo-americane avevano occupato il sud-Italia. Io, il fratello Antonio e lo zio Matteo eravamo a Cosenza per la frequenza delle scuole pubbliche.
Appassionati di calcio avevamo notato che gli americani avevano portato in Italia dei palloni che si gonfiavano attraverso una piccola valvola mediante uno spillo. Una tecnologia avanzata rispetto ai nostri palloni che necessitavano di un’accurata preparazione: attraverso una fessura si introduceva la camera d’aria che veniva gonfiata. La fessura veniva successivamente chiusa con un laccio di cuoio come l’allacciatura delle scarpe; quando la sfera veniva colpita di testa in corrispondenza della fessura provocava un mezzo trauma; con i palloni americani il fastidioso inconveniente non si poteva verificare.
Eravamo alla ricerca di tali palloni ed avevamo accertato che una signora, che abitava non molto lontano dalla nostra casa, vendeva questi meravigliosi palloni. Interpellata, la signora ci chiese un prezzo per noi insostenibile, in quanto, mettendo insieme i nostri magri risparmi arrivavamo a circa un terzo di quanto richiestoci.
Al fratello Antonio venne la brillante idea di integrare la somma posseduta con la vendita di un nostro lenzuolo, facente parte della biancheria che la mamma era solita fornire alla famiglia che ci ospitava e che, pertanto, la teneva in gestione la signora dove abitavamo.
Il fratello Antonio e lo zio Matteo andavano a scuola la mattina ed io nel pomeriggio.
Una mattina, rimasto solo in casa con la figlia della signora, Minella, e non sapendo io dove sua madre custodiva le lenzuola per i nostri letti, dissi alla ragazza che la mamma aveva nascosto cento lire in un lenzuolo per farci una lieta sorpresa. La ragazza mi rispose che le lenzuola le avevano lavate più volte e che non avevano trovato nulla; ma io insistetti dicendo che forse i soldi erano caduti nel tiretto. Andammo a vedere: mi accompagnò nella stanza da letto della madre e aprì un tiretto dell’armadio dove la signora custodiva i nostri lenzuoli; guardammo attentamente il fondo del tiretto e, come ovvio, non trovammo nulla. Appena la ragazza andò al bagno io chiusi dall’esterno la porta con la chiave e rapidamente andai a trafugare un lenzuolo che nascosi sotto il mio letto. Quando ritornarono dalla scuola il fratello Antonio e lo zio Matteo riferii che l’operazione-lenzuolo era andata a buon fine.
L’indomani io ed Antonio, approfittando che in casa non c’era nessuno, prendemmo il lenzuolo da sotto il letto e lo avvolgemmo in un foglio di carta.
Ci recammo al mercato che si teneva ogni sabato lungo il fiume Crati. Srotolammo il lenzuolo e per metterlo bene in vista lui lo teneva davanti sulle spalle ed io dietro lo reggevo per tenerlo ben steso. Andavamo sotto e sopra per via Crati in mezzo alle bancarelle e davamo il bando della vendita dicendo a voce alta:"Comprate, comprate, lenzuolo fino, lenzuolo fino di lino". Ma non riuscimmo a venderlo; evidentemente la gente non si fidava di due ragazzini che volevano vendere stranamente un lenzuolo.
Ci recammo allora dalla signora dei palloni e le offrimmo il baratto del lenzuolo con il pallone. La signora sulle prime rimase perplessa dalla strana offerta ma alla fine, dopo averla convinta dicendo che la mamma non avendo altro da regalarci in occasione della nostra partenza per Cosenza, ci aveva regalato un lenzuolo, accettò il baratto. Con grande gioia ci portammo il pallone e per il giorno dopo organizzammo una partitella sul piazzale dell’ex GIL.
Tutto andava per il meglio finchè una mattina vidi la signora che stava per cambiare le lenzuola ai nostri tre lettini. Seduto al mio tavolinetto, temevo con trepidazione la scoperta del furto; e così fu. Non avendo trovato un lenzuolo chiese allarmata alla figlia se per caso l’avesse conservato in qualche altro tiretto. Misero sottosopra la casa ed io partecipai all’affannosa ricerca; non avendolo trovato, dalla disperazione, la signora picchiò la figlia, alla quale attribuiva la colpa di esserselo fatto rubare perchè la ragazza aveva l’abitudine di stirare la biancheria vicino alla porta d’entrata che teneva aperta.
Io non sapevo cosa fare; provavo un fastidioso imbarazzo e dispiacere per il pianto e le grida della signora e della figlia ed ero quasi sul punto di rivelare il mistero, ma mi sembrava di tradire il fratello e lo zio e non ebbi il coraggio di farlo: cercavo solo di consolare la signora dicendo che non doveva poi prendersela tanto, dal momento che a Catanzaro, di lenzuoli, ne avevamo persi molti.
Nel trambusto in corso, la porta d’entrata in quel momento era aperta, scendeva per la scale una ragazza del piano superiore e chiese alla signora che cosa era successo. Alla spiegazione della signora, la ragazza, che abitava di fronte alla signora dei palloni, disse:"Ma io pochi giorni fa ho visto i vostri studenti entrare nella casa della signora<pallonara>". La signora, intuito il marchingegno, si fece subito accompagnare dalla signora cui avevamo dato il lenzuolo. Io, che avevo visto la scena, preso dal panico, fuggìì di casa.
La signora pallonara confessò di avere scambiato un lenzuolo con un pallone e, per restituire il lenzuolo, pretendeva la restituzione del pallone, ormai semiconsumato. Alle minacce della signora che l’avrebbe denunciata, la signora pallonara restituì il lenzuolo.
Io di corsa, fuggito di casa, mi recai all’istituto frequentato da Antonio; seduto su una panchina del piazzaletto antistante aspettavo il fratello che uscisse; all’uscita della scolaresca avvisai il fratello di tutto ed in preda al panico usai l’espressione:"Io, Totò, mi vado a buttare suttu nu ponte". Ed il fratello:"Io tiegnu nu duluru e panza e minne fricu" e si avviò verso casa.
Intanto lo zio Matteo, non sapendo nulla, ritornò a casa; aveva l’abitudine, all’apertura della porta, di gridare ad alta voce:"Buongiorno signò!"; ma quella volta al saluto ricevette uno schiaffone in pieno viso; "E questo è uno! Adesso tocca agli altri" avrebbe detto la signora. Antonio, messo sull’avviso, prima di entrare in casa avvertì la signora che se gli avesse torto un capello l’avrebbe denunciata; la signora, impaurita, lo investì solamente di parole minacciose.
Io gironzolavo per le viuzze vicino casa, ma non avevo il coraggio di ritirarmi, non tanto perchè temevo qualche schiaffo, ma quanto per la vergogna che provavo. Avvicinandosi la sera avevo paura e fame e mi avvicinai alla casa, sedendomi su un muretto di fronte per essere visto da qualcuno che mi cercava. Il ragioniere, marito della signora, preoccupato per la mia scomparsa, mi intravide dalla finestra e scese subito giù a prendermi e portarmi in casa. Mi difese dall’aggressione della moglie e amorevolmente mi preparò un po’ di cena.
La cosa finì così e la signora e la figlia non mi parlarono per molto tempo. L’unico a pagare il pedaggio della brutta azione fu lo zio Matteo che era poi il meno coinvolto nella storia.
Questo incredibile racconto merita una considerazione: noi eravamo sì ragazzi indisciplinati e disordinati, ma avevamo forte il senso del limite, perché nel caso specifico potevamo rubare in casa qualsiasi oggetto anche di valore per risolvere il nostro problema; ma non solo non lo facevamo quanto non ci pensavamo neppure perchè si trattava di roba non nostra. Il lenzuolo non lo consideravamo rubato, in quanto di nostra proprietà ma semplicemente sottratto alla custodia della signora.
Zio Mario